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UTILIZZARE LA CARTA DI CREDITO ALTRUI, PUR SE AUTORIZZATI, È REATO

La carta di credito è uno strumento di pagamento elettronico, il cui utilizzo risulta esclusivamente
riservato all’intestatario.
L’istituto bancario che emette la carta di credito, infatti, autorizza l’uso della stessa al solo cliente.
Tra la Banca e l’intestatario della carta si crea, pertanto, un rapporto di fiducia (c.d. intuitus fiduciae) fondato su pregressi rapporti o sulla affidabilità economica del cliente, che non ammette una delega di utilizzo a terzi.
Non ha alcuna natura scusante, pertanto, l’autorizzazione d’utilizzo della carta di credito ad altro soggetto, dal momento che i pagamenti effettuati richiedono, tra le altre cose, la firma del proprietario.
Costituisce, quindi e ad esempio, reato utilizzare la carta di credito del marito per fare shopping, pur se da lui autorizzati.
La recente disposizione di cui all’art. 493-ter c.p., tutela non solo il patrimonio personale dell’intestatario della carta, ma, anche e soprattutto, gli interessi pubblici alla sicurezza dei traffici commerciali e alla fiducia nell’utilizzo degli strumenti di pagamento da parte dei soli soggetti legittimati; “interessi legati segnatamente all’esigenza di prevenire, di fronte ad una sempre più ampia diffusione delle carte di credito e dei documenti similari, il pregiudizio che l’indebita disponibilità dei medesimi è in grado di arrecare alla sicurezza e speditezza del traffico giuridico e, di riflesso, alla “fiducia” che in essi ripone il sistema economico e finanziario” (così si esprime sul punto la Corte
Costituzionale).
D’altronde, il bene giuridico tutelato non è solo il patrimonio del titolare della carta di credito, come confermato sia dalla finalità perseguita dalla legge speciale con cui era stata introdotta la norma repressiva (ossia il contrasto del fenomeno dilagante del riciclaggio), sia dalla successiva collocazione della stessa nell’ambito dei delitti di falso (art. 493 ter cod. pen), ma anche l’ordine pubblico economico.
Profili di criticità reca però, in tale previsione normativa, l’inoperativita’ del “consenso”: esso è causa
di giustificazione del reato e rende lecito un fatto astrattamente punibile (si pensi, ad esempio, al medico che, a fini terapeutici, è costretto ad amputare un arto in necrosi al paziente: se non ci fosse una stringente e dettagliata dichiarazione di “consenso” del malato, il medico risponderebbe del reato di lesioni gravissime).
Il bene tutelato è, in tal ambito ospedaliero, l’incolumità della persona; “il consenso” (scritto, personale, esplicito, specifico, libero, informato, attuale e revocabile) ne scrimina l’illiceita’.
Nel reato di indebito utilizzo di carta di credito, invece, il legislatore si preoccupa di garantire, accanto
all’integrità del patrimonio dell’intestatario (che potrebbe essere scriminata dal “consenso” all’esercizio di un proprio diritto a un soggetto terzo), anche e primariamente la sicurezza della rete economica pubblica (che non ammette deleghe o autorizzazioni).
Sarebbe, perciò, lesivo della certezza dei traffici commerciali prevedere la possibilità che, previo consenso, il titolare di una carta di credito possa destinare a chiunque l’esercizio di un diritto che
l’istituto di credito ha conferito a lui solo.
Ulteriore conferma è data dall’obbligo di apporre, ad ogni transazione, la sola firma dell’ intestatario della carta.
I detrattori di tale tesi affermano, però, che è così lesa la libertà di autodeterminazione del cittadino: il titolare del diritto non ha facoltà di delegare e legittimare l’utilizzo della carta di credito ad altro soggetto, vulnus al suo potere di signoria sul bene.
Sarebbe un’ inaccettabile prevaricazione di uno Stato illiberale.
Sembra, a parere di miglior dottrina, che tutelare la fiducia economica generale sia, tuttavia, preminente rispetto alla cura dell’interesse del singolo.

AVV. MAURO CASILLO

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