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Del Sordo: “Il Verdi è San Severo. La rinascita parte da qui.”

Michele del Sordo

Non è solo un teatro in Corso Garibaldi. Il Teatro Comunale Giuseppe Verdi è l’unica infrastruttura che San Severo ha per ricordarsi chi è stata, chi è e chi può ancora diventare.
Capirlo è il primo atto della rinascita culturale. Il resto viene di conseguenza.
Un monumento che ci ricorda la misura della città
San Severo ha una tradizione teatrale che non nasce per caso. Nasce dalle sale di palazzo del Seicento, dal primo teatro pubblico del Decurionato nel Settecento, e poi dal Real Borbone, inaugurato nel 1819 con oltre quattrocento posti, che servì la comunità fino al 1927.
Quando quella sala non bastò più, la città non si accontentò di un capannone. Volle un’opera. Il nuovo teatro venne costruito sul vasto giardino del monastero benedettino, in posizione centralissima, su progetto dell’accademico d’Italia Cesare Bazzani. Lavori dal 1929 al 1936, inaugurazione il 9 dicembre 1937 con l’Andrea Chénier di Umberto Giordano.
Bazzani non disegnò solo una facciata neoclassica. Disegnò un’idea di città: sala a ferro di cavallo con tre ordini di palchi e due gallerie, una cupola del diametro di 19,70 metri che richiama il Pantheon di Roma, da cui pende un gigantesco lampadario di cristallo di Murano di dieci quintali della ditta Venini, decorazioni in stucco e tele del nostro Luigi Schingo.
Nato con 1600 posti, oggi 800, è ancora oggi la massima sala teatrale di Capitanata e il terzo teatro all’italiana della Puglia dopo il Petruzzelli di Bari e il Politeama Greco di Lecce.
Quando Giordano scrisse al podestà il 4 dicembre 1937, disse: “Sono anche orgoglioso come pugliese che la mia S. Severo possa glorificarsi di possedere uno dei teatri più belli e moderni che vanti l’Italia”. Aveva ragione. Avere un teatro così a San Severo non è normale. È un’anomalia preziosa. E le anomalie preziose vanno difese, perché ti dicono che non sei periferia. Sei centro.
La piazza coperta della città: la rinascita sociale
La cultura non rinasce con i cartelloni. Rinasce con le persone che si incontrano. Il Verdi è l’unico luogo di San Severo dove un ragazzo di 16 anni, un pensionato, un professionista e un operaio siedono uno accanto all’altro, al buio, e guardano nella stessa direzione.
Il Verdi lo ha sempre fatto. Dagli anni d’oro di Raffaele Viviani e dei De Filippo, fino a Paola Borboni, Gassman, Cortellesi, Orlando, Papaleo. Ha chiuso nel 2016 per inagibilità, ci ha fatto paura, e poi è stato restituito alla città nel novembre 2017 con agibilità definitiva. Il giorno della riapertura, con Giannini e la De Sio, la città era fuori. In fila. Non per uno spettacolo. Per rientrare a casa.
Quando il 2 gennaio 2026 abbiamo dato la cittadinanza onoraria a Lino Banfi proprio lì dentro, abbiamo capito che il Verdi non è contenitore. È salotto. È consiglio comunale dell’anima.
Una città senza una piazza coperta invecchia. Una città con un teatro vivo resta giovane a tutti i livelli, perché costringe le generazioni a stare insieme.

La scuola di cittadinanza: la rinascita educativa
Nessun libro, nessun reel, insegna l’ascolto come un sipario che si apre. Per un bambino di San Severo entrare al Verdi significa capire tre cose che la scuola da sola non può dare:
La disciplina della bellezza. Dietro ogni spettacolo ci sono 50 camerini su sei piani, una fossa per 60 orchestrali, una macchina scenica complessa. È lavoro, è artigianato.
Il rispetto. A teatro si fa silenzio. Si spegne il telefono. Si ascolta un altro. In una città dove tutti parlano, imparare ad ascoltare è rivoluzionario.
L’ambizione. Se hai il terzo teatro più grande della Puglia sotto casa, non puoi pensare in piccolo. Devi chiederti: perché l’opera che debutta a Bari non può debuttare anche qui? Perché un laboratorio di scenografia non può formare i nostri ragazzi invece di farli partire?
Il Verdi deve diventare scuola stabile: laboratori per le elementari e medie, residenze per licei, prove aperte, collaborazione con il Conservatorio e con le compagnie pugliesi. Ogni ora di palcoscenico data a un ragazzo sanseverese è un’ora tolta alla strada e alla fuga.

Il motore economico gentile: la rinascita economica
Un teatro pieno non fa solo cultura. Fa economia, ma di quella che ci piace.
Fa lavorare bar, pizzerie, B&B, tipografie, sarte, tecnici mixer e luci. Quando le stagioni segnano sold out, come è successo dalla stagione 2017/2018 ad oggi, (organizzata con Puglia Culture), la città incassa due volte: in biglietti e in indotto.
Ma soprattutto attira. Un professionista che deve scegliere dove aprire uno studio, una famiglia che deve decidere se restare o andare a Foggia, guarda anche questo: c’è un posto dove la sera posso andare? C’è un cartellone di prosa, lirica, balletto e concerti sinfonici di qualità?
Il Verdi è il nostro più grande attrattore di talenti. Non lo pubblicizziamo abbastanza.

L’avamposto: la rinascita simbolica
San Severo è la città dei campanili, del vino e del barocco dell’Alto Tavoliere. Ma rischia, come tutta la Capitanata, il deserto culturale: meno giovani, meno spazi, più schermi.
Il Verdi è l’antidoto. È la prova fisica che questa città ha già sognato in grande una volta, durante il fascismo, in povertà, e ci è riuscita. Se lo ha fatto nel 1937 con 2.938.800 lire e una cupola di 19 tonnellate costruita a Pescara, possiamo rifarlo oggi.
La rinascita non è portare a San Severo quello che c’è altrove. È ricordarsi che San Severo ha già quello che altrove si sognano: un teatro vero.
Allora la domanda non è “cosa ci fa il Verdi per la città?”. La domanda è “cosa vuole fare la città con il suo Verdi?”.
Se lo apriamo tutte le mattine alle scuole, se lo apriamo ai giovani registi, se ne facciamo un centro di produzione e non solo di ospitalità, se lo teniamo acceso 300 giorni l’anno e non 60, allora non avremo salvato un edificio.
Avremo rimesso in moto San Severo, a tutti i livelli.

Michele Del Sordo

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