In evidenza

Dino d’Aloia: “Sono vent’anni che sono prete”

Sono vent’anni che sono prete. In questo tempo ne è passata di acqua sotto i ponti e chissà ancora quanta ne passerà! Ho fatto tante esperienze nel frattempo, belle e brutte, ho camminato tanto, con la pioggia e con il vento. Mi pare di aver vissuto diverse vite. Ho cercato, alcune volte ho trovato,

 

altre no e per questo cerco ancora.

Vi dico quello che ho finora ho capito e imparato:

-Ho imparato che non ho scelto io di fare il prete: io volevo fare il medico e sposarmi. Però, pregando, riflettendo e anche piangendo ho capito che ero stato progettato da Dio per essere un prete. Questa scoperta mi affascinava e mi terrorizzava. Ho combattuto con Dio, ho provato a fargli cambiare idea, ma vedevo che se facevo di testa mia ero infelice. Solo se gli obbedivo trovavo pace. Ho imparato che non si può vincere la lotta con Lui. Allora mi sono arreso, ho detto sì e il mio cuore è stato invaso da una gioia grande e contagiosa.

-Ho imparato che non sono prete perché sono più buono o bravo di chi non lo è. No, invece sbaglio tanto come gli altri, a volte anche più di altri. Sono prete perché questo è il compito che ho scoperto essere mio, perché questo è quello che so fare, il carisma che ho trovato dentro di me, il mio umile e povero contributo al mio essere al mondo.

-Ho imparato che la Chiesa voluta da Cristo non è una comunità di persone perfette e immacolate se no non avremmo avuto come primo papa Pietro il traditore, come altri apostoli quei fifoni codardi che all’arresto di Gesù sono tutti scappati via da Lui, non avremmo avuto come il più grande missionario del Nuovo Testamento Paolo, l’incatenatore e persecutore dei cristiani. Che la Chiesa, a partire dai suoi “fondatori”, è una comunità di persone fragili e peccatrici che tuttavia cercano con sincerità la grazia di Dio che guarisce, rigenera e riabilita. Che non conta la fedina penale ma l’apertura alla potenza di Dio.

-Ho imparato che la Chiesa o fa le cose concrete e ci aiuta ad entrare nelle cose di questa terra e a migliorarle oppure diventa solo un passatempo di chi non tiene niente da fare o una facile consolazione o una droga collettiva che ci difende dall’angoscia della morte.

-Ho imparato che se voglio essere fedele a Cristo non devo essere uguale con tutti ma che devo essere più vicino a chi soffre e viene escluso e meno a chi sta già in buona salute. Che gli ultimi devono essere per me i primi e i primi gli ultimi.

-Ho imparato che nella chiesa bisogna innanzitutto accettare le cose come sono oggi perché se non parti dalle attuali regole del gioco non puoi entrare in partita e sperare insieme di far goal. Che o accetti le attuali regole oppure fai un gioco solitario.

-Ho imparato che far parte della chiesa non vuol dire buttare all’ammasso il cervello e lo spirito critico. Che nella chiesa non si sta per dire “ai comandi!”, “signor sì!”; che dobbiamo rimanere noi stessi, pensarla come la coscienza ci comanda e mettere in circolo la nostra proposta anche quando è contro corrente. Che la vita della chiesa, a partire da Gesù, è strapiena di persone che prima erano chiamate eretiche o pazze e poi, dopo diverso tempo, sono state annoverate tra i profeti e i santi.  Che per amore del vangelo, dobbiamo essere disposti anche a perdere la reputazione.

-Ho imparato che quello che ieri era considerato eretico oggi è ortodosso, e che nel futuro sarà lo stesso.

-Ho imparato che la chiesa deve riformarsi e attuare presto dei cambiamenti perché così com’è oggi, sotto diversi aspetti, è superata e non risponde ai bisogni profondi degli uomini del nostro tempo.

-Ho imparato che devo stare nella chiesa perché anche se ha tanti difetti io non saprei farne una migliore.

-Ho imparato che devo amare la chiesa con tutte le sue colpe perché anche lei ama me con tutte le mie.

-Ho imparato che quando predico lo faccio innanzitutto a me stesso; che anche se sono io a predicare, io sono anche il primo destinatario di quelle parole, perché io non sono nessuno per fare il maestrino agli altri.

-Ho imparato che le persone amano un prete non tanto perché è Dino o Mimmo o Sempronio ma soprattutto per quello che rappresenta ai loro occhi per le loro vite.

-Ho imparato che difficilmente posso essere sicuro dell’amore di qualcuno fino a quando non mi trovo nella difficoltà estrema e nel totale abbandono. Che solo sotto la mia croce posso fare la conta dei veri amici.

-Ho imparato che quando smetto di nutrirmi di bellezza il mio sguardo si spegne e le mie azioni sono solo vaneggiamenti. Che quando sono spiritualmente vuoto allora vado cercando sicurezza nei riconoscimenti altrui e negli affetti.

-Ho imparato che i fedeli delle altre religioni cercano, con diversi modi e nomi, le stesse cose che cerchiamo noi e che a Dio ci andiamo meglio insieme a loro e non in concorrenza contro di loro.

-Ho imparato che quello che conta non è se uno si definisce ateo o credente ma se è una bella persona, se sa voler bene.

-Ho imparato che viaggiare e fare una bella vacanza ti migliora la vita.

-Ho imparato che fare il prete è un privilegio straordinario, perché le persone, a volte senza neanche conoscerti, a causa della loro fiducia in Cristo e nella Chiesa,  condividono con te tutta la loro vita e ti fanno accedere nei loro spazi più sacri e intimi.

-Ho imparato che fare il prete è straordinario perché si assistono a tante primavere umane, a tante vite che con la forza di Cristo risorgono dalla distruzione e dalla devastazione provocata dal peccato.

-Ho imparato che si può andare avanti negli anni senza perdere l’entusiasmo in quello che si fa, perché l’entusiasmo diminuisce solo se non ci si rigenera spiritualmente.

-Ho imparato che si deve sempre scherzare e ridere per tenere lontani i brontolamenti e il demonio.

-Ho imparato che anche se le persone a cui dai tanto forse un domani ti tradiranno o ti dimenticheranno, tu devi comunque continuare a dargli tutto quello che puoi perché la ricompensa la ricevi nell’atto stesso con cui dai perché ti fa sentire vivo e felice; che non devi fare troppo affidamento sulla riconoscenza altrui perché forse ci sarà, forse no. Tu non te ne importare.

-Ho imparato che fare il prete non significa non ascoltare musica rock, non ballare, non uscire in villa, non andare al concerto di Ligabue; che fare il prete non significa diventare un essere strano, che vive lontano dai luoghi vissuti dalla gente; che fare il prete invece significa semplicemente diventare sempre più sé stessi e non rinunciare neanche un secondo al meraviglioso mestiere e alla meravigliosa avventura di essere un uomo.


Dino d’Aloia

Sono vent’anni che sono prete

25 giugno 1994 – 25 giugno 2014

RUBINO20x20_postpubblicitario-02

Altri articoli

Back to top button