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Don Felice Canelli e la valorizzazione dei laici nella Chiesa

Nell’ultima parte di Lettera pastorale del Popolo di Dio che è in San Severo, quella dedicata alla profezia, cioè a come vorremmo la nostra chiesa tra dieci anni, si ribadisce l’importanza di porre l’attenzione sulla Chiesa-Popolo di Dio, secondo il dettato conciliare.  In particolare si richiama l’attenzione sull’importanza dei “Christifideles laici” perché siano corresponsabili del cammino delle comunità e siano disponibili all’impegno e al servizio gli uni degli altri, in umiltà”. Una corresponsabilità che, oltre ad avere l’afflato missionario della evangelizzazione, lasciando ai presbiteri le questioni prettamente pastorali riguardanti l’annuncio del Vangelo e la santificazione dei fedeli attraverso i sacramenti, si faccia carico delle funzioni amministrative ed organizzative delle comunità parrocchiali (cfr pag. 16)

Si propone una valorizzazione del laicato non già per clericalizzarli ma, riconoscendo il loro specifico carisma, li qualifichi come attori protagonisti di una chiesa “alleggerita, coraggiosa, determinata, credibile, luminosa, aperta, attenta, rinnovata, presente nelle periferie, fuori dalle sacrestia, emozionante, entusiasta, errante, viva, gioiosa” (pag. 18), che annuncia, spera ed ama sporcandosi le mani e camminando insieme con gli uomini e le donne del nostro tempo.

Alla luce di quanto scritto, vogliamo proporre una riflessione su questo tema specifico.

 Siamo convinti che ogni profezia, mentre guarda con fiducia al futuro, parte sempre da un passato che contempla le grandi opere che Dio ha compiuto già in mezzo a noi e che proprio dal passato prende vigore e slancio. Tra le meraviglie che Dio ha realizzato nel nostro popolo nel recente passato rifulge la figura del Venerabile don Felice Canelli che già nei primi decenni del secolo scorso aveva chiara la convinzione che i laici erano chiamati all’apostolato in forza del battesimo e non per gentile concessione dei preti, né per carenza degli stessi.

Tutte le associazioni diocesane da lui fondate nel secolo scorso avevano come scopo quello di svegliare dal torpore spirituale i battezzati favorendo il loro costituirsi, secondo la modalità del tempo, in associazioni di laici che, ognuno con la propria peculiarità e sensibilità partecipassero attivamente allo sviluppo della chiesa locale in nome del proprio battesimo. I giovani formati nell’oratorio salesiano secondo le indicazioni della Rerum novarum, divennero parte attiva nei consigli direttivi di quelle associazioni, animando di spirito cristiano le realtà sociali del territorio. Inserì nei luoghi di corresponsabilità civili oltre che ecclesiali i laici da lui formati fino ad andare oltre il buon senso di quel tempo! Quando, secondo il costume del tempo tutto era nelle mani dei preti e ai laici venivano dati compiti di secondo piano, egli in qualità di Delegato diocesano di Azione Cattolica, proponeva come suo vice un laico, suo figlio spirituale, l’avvocato Raffaele Recca, cosa che non ebbe seguito perché mentre egli vedeva profeticamente, non ancora erano maturi i tempi per un laicato di corresponsabilità

Certamente non è pensabile riprodurre oggi quello che don Felice fece, ma è possibile acquisire l’ispirazione e lo stile con cui egli ha operato: non certo promuovendo proclami, o manifestazioni, ma facendoci animare dal suo stesso spirito profetico che inseriva a pieno titolo i laici nel tessuto ecclesiale, anticipando di decenni il Concilio Vaticano II e di aprirli agli spazi sociali e politici per una testimonianza cattolica nel territorio. Perciò egli visse tutto il suo sacerdozio avendo nel cuore la frase di Leone XIII: “Uscite dalle sacrestie e andate al popolo” precorrendo di parecchi decenni quella “chiesa in uscita” che poi Papa Francesco proporrà ai nostri giorni.

Don Domenico Niro

Sr Francesca Caggiano

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