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SAN SEVERO: A proposito dello scitto di Pasquandrea “Il più conosce il meno…”

Lo scritto di Roberto Pasquandrea dal titolo “La solita solfa di S. Severino”, che mi vede oggetto di gratuite contumelie, mi suggerisce un noto proverbio: “Il più conosce il meno”. Sono definito “tuttologo” da chi fa contemporaneamente il medico, l’archeologo, il museografo, il museotecnico, l’archivista, lo specialista di beni culturali ecclesiali, lo storico, il restauratore,

 

il critico d’arte, il musicologo e Dio solo sa cos’altro. Sono definito anche “prelato laico”, ma non sono certo io a sfoggiare ampi mantelli di vario colore e ferule priorali e ad occupare posti di prestigio in sodalizi e in Curia. Mi si dipinge come storico fantasioso ma non sono certo io a colmare plurisecolari vuoti di documenti e testimonianze con invenzioni senza costrutto afferrate qui e là tra le pagine di polverosi autori ottocenteschi ammalati di campanilismo. E non sono certo io a fingere d’ignorare le pubblicazioni altrui, non escluso il ricordato volume sulla chiesa di san Severino, che invece ho citato più e più volte, laddove se c’è qualcuno che fa finta d’ignorare i miei lavori è proprio Pasquandrea, e lo sfido – testi alla mano – a provare il contrario.

Di fronte a tanto proverbiale “più”, evito sia di fare l’apologia di me stesso e del mio disinteressato servizio alla Chiesa (sempre nel pieno rispetto del Vescovo e del mio Parroco, che mi guardo bene dallo strumentalizzare…), sia di replicare alle sue offese coll’offrire al malcapitato lettore un quadretto del suo modus operandi, delle sue scorrettezze, della sua dabbenaggine storica, della sua arroganza. Il suo scritto lo qualifica abbondantemente. In tutto ciò, peraltro, lo ringrazio per avermi accostato a un grande maestro, il prof. Pasquale Corsi, accostamento di cui sono indegno e che, dunque, mi onora profondamente.

Tengo invece a fare chiarezza sulla pietra di scandalo o, piuttosto, a smontare con qualche tiepido buffo i castelli di carta spacciati per oro colato. Pasquandrea spieghi perché la città odiernamente nota come San Severo, la cui esistenza non è documentata prima dell’XI secolo, risulti in antico denominata “Castellum Sancti Severini”. Spieghi il passo del cabreo cinquecentesco della parrocchia di san Nicola che definisce san Severino “Protettore di essa città ab antiquo” pochi anni dopo il 1528. Dimostri, con documenti o monumenti, l’esistenza in città del culto e del patronato di san Severo vescovo di Napoli prima del XVIII secolo. E dica, verificata inevitabilmente l’assoluta inesistenza di testimonianze, chi prima di questa data, e prima del miracolo del 1528, fosse il patrono della città (e della diocesi dal 1580 a tutto il secolo XVII). Spieghi la diffusione del nome Severino in città fin nei documenti medievali (nonché l’assenza del nome Severo). Spieghi su quale base scientifica (e lasciando perdere l’abaco del povero Matteo Fraccacreta, giustificato dal campanilismo e dall’era sua) nega che in un secolo si possano fondare quattro parrocchie e sostiene che invece occorrano ottocento anni (e non seicento o mille o duecento o cinquanta) per farlo.

Spendo qualche parola in più sul voto della cera. Nel suo libro sulla chiesa di san Severino c’è un capitolo denominato “La corta memoria dei sanseveresi”. È evidente che Pasquandrea sia un sanseverese purosangue, dal momento che la sua memoria è corta anche rispetto a quanto egli stesso riporta, seppur interpretandolo a modo suo. Se è indubbio che una ratifica formale del voto sia documentata solo nel 1664, essa non comporta che non ci fosse un impegno precedente. Essa è la conseguenza delle obiezioni emerse, per motivi di opportunità laicista, rispetto all’offerta della cera nel 1648, 1650 e 1660 ca., tutte riportate da Pasquandrea. Ciò significa che negli anni precedenti il voto è sempre stato rispettato, dal 1528 fino al 1648. Da documento coevo risulta regolarmente offerto addirittura nel 1630, a meno di tre anni dal terremoto del 1628: i sanseveresi, seppur provati dalla tragedia, offrirono la cera al patrono, nonostante avessero più di un motivo per sospendere l’impegno.

Quanto alla scarsa devozione per il patrono, la cosa è ridicola. Lo stesso Lucchino gli dedica pagine esaltate e dice che tutto il popolo partecipa ai festeggiamenti dell’8 gennaio. La frequenza del nome Severino nei sacramentali, che Pasquandrea nega senza dimostrazioni, è una riprova. E poi c’è Fraccacreta che dice: «Più gl’increduli ammutisce la divozione pel nostro Santo tutelare». Dimostri, invece, la devozione per san Severo vescovo, glorioso santo e ammirevole pastore della Chiesa, che fu tuttavia imposto d’autorità al popolo nel XVIII secolo, scatenando per di più la ribellione dei cleri delle tre arcipreture.

Concludo facendo notare due cose. Prima l’intenzionale scorrettezza della citazione di una mia frase (“invito a non usare il discutibile odierno calendario liturgico locale…”), che fa parere il mio un invito eversivo. La frase, intera, è questa: “invito a non usare il discutibile odierno calendario liturgico locale in modo creativo”, proprio come fa lo stesso Pasquandrea. “Patrono della diocesi”, infatti, significa solo “patrono della diocesi”, non altro, altrimenti il calendario avrebbe registrato anche l’altro ruolo, come in analoghi documenti di altre Chiese particolari. Non è dunque “patrono della città”. Sembra assurdo, vero, che san Severo, il cui nome coincide col nome definitivo della nostra città, non sia più patrono di essa dal 2002? È proprio uno dei motivi per cui ritengo l’odierno calendario liturgico diocesano, che in più declassa la Madonna del Soccorso e san Severino e cancella i compatroni di molti comuni della diocesi, “opinabile”, pur rispettandolo e di certo non invitando nessuno a considerarlo carta straccia. Seconda cosa: san Severino patrono della diocesi lo è stato, de facto (de jure no, perché non è mai stato canonicamente eletto un nostro patrono diocesano vigenti le norme di Urbano VIII), fin dal 1580, essendo il patrono della città episcopale. E non a caso è invocato negli atti sinodali, che sono documenti diocesani, non di certo comunali. E così è scritto nei santini stampati sotto mons. Orlando e così lo celebra la sua cona d’altare, su cui si legge tuttora (e non l’ho scritto io, ovviamente): D[ivus] S[everinus] P[rincipalis] CIV[itatis] P[atronus] ET D[ioecesis]. I calendari sono cambiati tante volte, ma la storia, per fortuna, non si cancella. E non si cancellano, fino a documento medesimo contrario, i decreti pontifici, compreso quello di san Pio X che confermò il patronato principale di san Severino nel 1908…


Emanuele d’Angelo

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