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IL VIAGGIO IN ALASKA DEL SANSEVERESE FABRIZIO LUCIO PIO COTA

Sono le 3.00 del mattino e non riesco a dormire.

Cerco qualche film che riguardi una storia vera, e mi imbatto in “Into The Wild”. Parla di un ragazzo, Christopher McCandless, che fugge dai suoi genitori perché troppo impegnati a mostrare le loro ricchezze: auto lussuose, grandi case e bei vestiti. Non si curano però, del fatto che i loro figli siano impauriti dai continui litigi giornalieri, conditi da schiaffi e pugni. Così, uno dei figli, Chris, fugge. Viaggia, viaggia tanto fino ad arrivare nelle Terre Estreme: L’ALASKA.

Inizia per lui una lunga camminata “into the wild”, trovando in un luogo sperduto un Bus, alla quale darà un nome, The Magic Bus!

Succedono poi una serie di eventi che non posso dire per non fare spoiler del film, ma… È qui che comincia la mia avventura. La mia avventura mentale, fatta di sogni e domande. Mi chiedevo se il Magic Bus dal lontano 1992 fosse ancora là, quanto fosse lontano dalla civiltà, se era pericoloso arrivarci e soprattutto, come avrebbe fatto una persona come me, piccola, insignificante, che non aveva mai preso un aereo, ad arrivare in Alaska, e compiere un trekking di quella portata.

Dopo qualche ricerca capii che il Bus era relativamente vicino alla civiltà (circa 33km di trekking), ma era molto pericoloso arrivarci a causa di orsi, lupi e un fiume, il Teklanika, che ha già portato via la vita a 2 ragazze di cui una, proprio nel luglio del 2019.

È così che, scoraggiato, abbandonai quell’idea folle. Ma il pensiero restava, la storia di Chris mi aveva toccato profondamente, capivo i suoi sentimenti perché molte di quelle cose erano successe a me. Riuscivo a capirlo, e l’idea di andare in Alaska non voleva abbandonarmi. Tutto d’un tratto, leggo su un social che un matto, stava organizzando un trekking al Magic Bus (CIAO EDO!). Così, preso dalla paura, dall’incertezza e dai dubbi, racimolo quasi tutti i miei risparmi, e parto per l’Alaska. Arrivato dopo aver preso 3 aerei e 25h di viaggio, capisco che mi trovo in un altro mondo. L’Alaska è grande, Anchorage è grande. Cammino tanto, ma sembra che la meta sia irraggiungibile. In confronto, l’intera San Severo è un quartiere. Noleggiamo un’auto e dopo la spesa per il trekking, partiamo per il Magic Bus. Lasciamo un biglietto sulla macchina:  “siamo diretti al Magic Bus, se non torniamo entro 4 giorni, chiamate i soccorsi”.

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E quel biglietto mi ha fatto capire che da lì in poi, non si scherzava. C’era in gioco la vita. Iniziato il percorso ho capito subito che non sarebbe stata storia facile, pozzanghere che sembravano fiumi, paludi infinite, piedi incastrati 30cm nella melma… e poi, la cosa che mi ha decisamente urtato nel profondo: impronte di orsi e dei loro piccoli, che erano passati lì 10/15 minuti prima. Impronte di lupi grandi quanto la mia mano. Ho sentito la mia vita in pericolo, una sensazione orribile di doversi guardare sempre le spalle e la paura di ritrovarsi un Grizzly alto il doppio di te di fronte. Proseguivo nella paura più totale fino ad arrivare a un fiume, il Savage. Fiume alto circa 50cm che ho guadato scalzo e che mi ha gelato i piedi. Non li sentivo più, ho dovuto strofinarli parecchio prima di ricominciare a sentire qualcosa. Successivamente scoprirò di aver perso sensibilità alle dita dei piedi, che ho recuperato dopo mesi. Superato il Savage, camminiamo per altri 10km ed arrivati ad una palude, sentiamo un orso rugliare. Non ci potevo credere, non potevo credere a quello che avevo sentito. La palude era piena di alti cespugli che intralciavano la visuale, ero pietrificato. Non potevo tornare indietro, ormai ero in gioco e la mia vita, in quel momento, valeva la distanza che avevo da quell’orso. Continuiamo il trekking fino ad arrivare al famoso fiume Teklanika. Non sembrava granché e da inesperto, sottovalutai la cosa. Prendo la telecamera, e filmo il mio guado. Metto i piedi(questa volta con le scarpe) nel fiume, e capisco che la corrente è forte. Capisco le persone che scivolano a causa delle pietre sottostanti.  Ora conosco il motivo per cui si muore. Indurisco ogni singolo muscolo che ho nel corpo, e guado il fiume controcorrente camminando esattamente come un granchio, passo dopo passo… Ce l’avevo fatta. Avevo guadato il Teklanika, il fiume killer… avevo vinto io! La felicità era alle stelle, salti di gioia e festeggiamenti fatti tra un sorso di Monster, uno sguardo alle scarpe piene di melma che si asciugavano al fuoco e dei pensieri guardando il fiume. Ci rimettiamo in cammino cercando di non pensare alla stanchezza fisica dei 20km appena percorsi, e a quella mentale degli animali. Cercavo di parlare tanto, per fare rumore e allontanare i predatori. FullSizeRender-30-09-19-12-32-4Conversando con un compagno, ci accorgiamo di aver allungato troppo il passo allontanandoci dal gruppo e rallentiamo. Sentiamo un rumore, come un grande secchio vuoto che viene buttato con violenza a terra: PANICO. Iniziamo a camminare verso il gruppo, tornando indietro per per circa 1km. Tornati vicino al gruppo ci calmiamo e beviamo un sorso d’acqua dalla borraccia. Abbasso la guardia, accelero ancora e crack! Mi si gira la caviglia. Storta assurda, una cosa che non mi succedeva da anni. Dolore lancinante, quasi piango mentre tutti i compagni mi fasciano il piede e prendono il mio zaino da 10kg, una cosa che non dimenticherò mai. Proseguiamo, questa volta zoppicando. Ho un sussulto di orgoglio: anche i miei compagni erano stanchi, non era giusto che portassero anche il mio zaino. Riprendo a zoppicare, ma camminavo, questa volta con 10kg in più addosso. Qualche altro chilometro, e intravedo uno spiazzale. Inizia l’adrenalina. Passo dopo passo ed era lì, sulla sinistra. Ero al Magic Bus. Davvero IO, il ragazzino che non aveva mai preso l’aereo, ero arrivato al Magic Bus!? Era enorme rispetto a come me lo aspettavo. Entro dentro, esploro, vedo cosa dedicano le persone a Chris e c’era di tutto: proiettili per proteggersi durante il trekking dagli animali, cibo, coperte, dediche, bibbie…di tutto. Piangiamo tutti come bambini, onoravamo Chris. Dopo esserci rimessi, iniziamo a cenare: chi prendeva l’acqua dal fiume, chi la legna per il fuoco, chi cucinava…tranne me, lo zoppo con la caviglia grande quanto una pallina da tennis. Finito di mangiare, ci prepariamo per dormire e dove se non nel Magic Bus? Un’emozione unica, che non credo di poter provare più in vita mia. Stavo dormendo dove aveva dormito Chris, una persona che sembrava conoscessi da anni, ma che in realtà non avevo mai visto in vita mia. Vestiti termici, giubbotti e sacchi a pelo, e ci addormentiamo. Ci svegliamo con una meravigliosa vista dal bus e con un sole splendente. Ma è ora di andare via, quindi colazione, foto e ultimi saluti al Magic Bus lasciandoci delle dediche dentro. Ancora si piange, quel maledetto autobus abbandonato è troppo importante per noi, vorremmo rimanerci a vita. Lasciamo della pasta e dei fornelli per la felicità di chi lo visiterà dopo di noi, e andiamo via. Camminiamo e dopo 10km ci rivediamo col Teklanika. Questa volta era diverso. Era più grosso, più alto. Questa volta faceva davvero paura. C’era chi piangeva all’idea di doverlo guadare, chi consigliava di chiamare i soccorsi, ma bisognava avere davvero troppi soldi per quegli elicotteri. Pensiamo che l’unica chance che abbiamo di guadarlo, sia unendo le forze e l’intelletto. Così prendiamo una corda che purtroppo non era lunga quanto il fiume(circa 25 metri, il fiume era largo 30). Man mano che pensavamo a come fare, però, il fiume si ingrossava a vista d’occhio, dovevamo sbrigarci. Iniziamo quindi a guadarlo  a gruppi di 3. I primi due gruppi riescono “facilmente”, perché il fiume lo permetteva ancora. Era il nostro turno. Eravamo io e due ragazze. È stato piuttosto difficile fino a metà, ma pensavamo di farcela. Improvvisamente mi accorgo che passo dopo passo il fiume era arrivato sopra il mio bacino(sono 180cm, a voi i calcoli), la corrente era diventata troppo forte, le ragazze erano stremate e i ragazzi che erano arrivati all’altra parte non ce la facevano a tornare a darci una mano. Non riuscivo ad alzare un minimo il piede che la corrente me lo portava via. Quando ti trovi in quella situazione, l’attaccamento alla vita supera di gran lunga la paura, l’adrenalina aumentava ma noi non riuscivamo a muoverci da là. La natura, questa volta, era più forte di noi. Così, un ragazzo ebbe l’idea che ci ha salvato la vita: lanciare un pezzo di corda e sperare. Così ha fatto. Riesco a prendere la corda ancora legata non so con quale tipo di fortuna, la passo dietro alle ragazze e tiro. Era diventato un tiro alla fune contro la natura. Fortuna che mancavano pochi metri. Ce l’avevamo fatta anche questa volta, ma lo sforzo era stato eccessivo. Uscito dal fiume, sicuro di aver avuto salva la vita, era tornato il dolore alla caviglia, gambe e braccia tremavano ed il dolore alla testa era lancinante. Non era finita però, il fiume intanto si era ingrossato, e mancava ancora un gruppo all’appello. Iniziano a guadare il fiume, arrivano a poco più della metà e si fermano. Non ce la facevano. A quel punto, uno dei primi ragazzi che l’avevano guadato, riposatosi, tenta di andarli a prendere. Intanto i 3 si reggevano a malapena in piedi, e fortunatamente dopo qualche minuto, il ragazzo è riuscito grazie anche all’ausilio della corda, a raggiungerli e a dargli la corda…Finimondo: le due ragazze cadono, bevono acqua, la pressione dell’acqua in faccia, ma non lasciano per nessun motivo la corda. L’uomo che era con loro, per reggerle, un minimo si lussa una spalla, le ragazze intanto tiravano. Tiravano con tutte le loro forze senza sapere dove stavano andando, la via però, era quella giusta. Escono fuori distrutte, impaurite, stanche, ma salve. Un’esperienza assurda, sembrava di essere in un film d’azione, ma era la realtà. Ci calmiamo, accendiamo un fuoco, ci asciughiamo e riacquistiamo la calma. Dopo 40 minuti riprendiamo il percorso fino al fiume Savage. Arrivati al fiume, tensione scaricata, felici di essere quasi arrivati, mangiavamo. Ci rimettiamo in cammino sotto un sole bellissimo, la natura ci stava premiando dei nostri sforzi, e alla fine del percorso, vediamo in lontananza un’alce, che ci guarda, e poi sparisce nelle terre selvagge. Così, termina la mia avventura in Alaska e al Magic Bus, conscio ormai del fatto di poter fare qualunque cosa nella vita, se davvero lo si vuole.

Fabrizio Lucio Pio  COTA

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