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La classe di mio figlio: la diversità come lezione di vita

GIULIA, giovane madre di un bambino di 6 anni, abita nei pressi del Santuario della Madonna del Soccorso. Incontrando un suo vecchio professore dell’Istituto “E. Pestalozzi” ebbe a confessargli di essere preoccupata per l’impatto che avrebbe avuto suo figlio nella scuola primaria. <<Come sarà accolto? –domandò GIULIA – come si comporteranno gli insegnanti, mio figlio troverà alunni italiani o sarà in minoranza?”>> Il vecchio professore socchiuse gli occhi, si accese la sua fedele pipa e rispose: – “Vedi, GIULIA, non dovresti allarmarti per le sciocchezze di chi non conosce la complessità pedagogico-didattica del nostro sistema scolastico. Una classe non è un reggimento che marcia al passo, ma è come un’orchestra e l’insegnante non può ignorare le differenze esistenti tra gli “strumenti” ma deve saperle cogliere e trarne il meglio per la buona riuscita della “sinfonia”. Sai bene che il mondo in cui i bambini crescono è globale e interconnesso. Vivere la diversità a scuola è una palestra di vita irripetibile. I bambini che crescono in contesti multiculturali sviluppano una maggiore elasticità mentale, capacità e attitudine a comunicare in modi diversi. Imparare a relazionarsi con chi ha abitudini diverse abbatte i pregiudizi sul nascere e cresce cittadini del mondo, tolleranti e aperti. Frequentare una classe multietnica è un enorme vantaggio competitivo per il futuro di tuo figlio. I bambini non hanno i filtri o i pregiudizi degli adulti. Per loro un compagno di banco è solo un compagno di giochi. I bambini hanno una capacità straordinaria di capirsi anche senza parlare la stessa lingua Spesso siamo noi adulti a proiettare preoccupazioni che loro non avvertono minimamente. La diversità in classe non è una sottrazione (togliere tempo a tuo figlio), ma un’addizione (aggiungere valore, stimoli e competenze umane e cognitive che una classe omogenea non potrebbe offrire). La scuola garantisce gli standard didattici per tutti, offrendo in più una preziosa lezione di vita quotidiana. È interessante come la parola “insegnare” derivi dal latino “insignare” e significhi lasciare il segno nella mente e nel cuore, lasciare un’impronta dentro l’alunno, segnarlo dentro. Bisogna sottolineare che oggi, il mestiere dell’insegnante è diventato un lavoro di frontiera: supplisce a famiglie inesistenti, deve rompere la tendenza all’isolamento inebetito di molti ragazzi sedotti dal mondo degli oggetti tecnologici, dalla televisione, dal web, dai rapporti virtuali nei social. Eppure la scuola continua ad essere fatta di ore di lezione che possono essere avventure, esperienze intellettuali ed emotive profonde. “Cara GIULIA” – concluse il vecchio professore – la mia generazione si è fatta spesso questa domanda: << Chi sono gli insegnanti che non abbiamo mai dimenticato?>> Io mi sono dato questa risposta: “Sono quelli che hanno saputo incarnare un sapere, sono quelli che ricordiamo non tanto per ciò che ci hanno insegnato ma per come ce lo hanno insegnato. Sono quelli che sono stati per noi uno “stile”. Ricordo la voce, il timbro, l’intercalare, le pause, puntuali, precise del mio insegnante d’italiano. Un insegnante deve trasmettere emozioni, passioni, non solo nozioni. Altrimenti, meglio sostituire il docente col computer. Ti saluto e…stai tranquilla.

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