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LA SOLITA SOLFA DI S. SEVERINO ‘DEFENSOR PATRIAE’

Domenica 29 settembre scorso, si sono conclusi i solenni festeggiamenti in onore del grande SEVERO, il santo vescovo di Napoli, che i nostri concittadini onorano e venerano, assegnandogli il titolo di patrono prinicipale e della loro città  e della loro diocesi, delle quali egli è giustamente ritenuto l’eponimo. L’onere della complessa e ben articolata organizzazione

 

di detta celebrazione è stata sostenuto da un volenteroso e fattivo gruppo di giovani appartenenti alla parrocchia della Cattedrale, verso i quali vi è la buona disposizione del nostro Vescovo, mons. RENNA, e del parroco di S.ta Maria, don PEPPINO CIAVARELLA, perché i medesimi possano canonicamente costituirsi in laicale associazione, da denominarsi ‘Pia Unione’ o ‘Confraternita di S. Severo’. L’ottima riuscita della festa ha messo in allarme l’ineffabile tuttologo EMANUELE D’ANGELO, che dall’ascesa del culto locale di tanto Santo teme possa derivare una ‘deminutio ponderis’ del ruolo che lui si è costruito di ‘Defensor Sancti Severini cultus’, il Santo ‘Defensor Patriae’, titolo da tempo desueto, obsoleto e confermato soltanto dal Nostro con suprema autorità di storico e di ‘prelato’ laico. Lo stesso Santo che sempre e soltanto il Nostro ritiene calato prepotentemente nella storia di San Severo non dal 1529 (o ’528), anno del famoso miracolo (grazie al quale, secondo la credenza allora invalsa, la città di San Severo, minacciata di distruzione dalle truppe imperiali di Carlo V che l’assediavano, ebbe salva la sua esistenza), bensì fin dalla fondazione della medesima città, che D’ANGELO, da storico rigoroso, come il suo maestro di turno l’onnipresente PASQUALE CORSI, colloca intorno all’XI secolo. Come ben sa D’ANGELO (che finge, da suo stile di sempre,  d’ignorare la mia pubblicazione sulla chiesa e sulle grance della chiesa di S. Severino), San Severo non è stata fondata nell’XI secolo, ma molto tempo prima, come dimostra l’esistenza in città, fin dal XII secolo, di ben quattro parrocchie con tanto di clero e di beni da esse posseduti; presenze, le predette, che si son potute realizzare se non in un lasso di tempo quantificabile in non meno di 5 o più secoli. Nella San Severo del XII secolo, come ricordato, vi erano quattro parrocchie, che i documenti ci mostrano saldamente inserite nel contesto socio-economico-religioso della Città, per cui possiamo affermare che esse già a quell’epoca risultassero di antica fondazione. Perché in San Severo se ne fondassero altre di parrocchie, sentendosene il bisogno per l’accresciuta popolazione, dovettero trascorrere nientedimeno che 800 anni!

E veniamo al famoso miracolo del 1529, che fece di san Severino il ‘Defensor Patriae’. Per tale miracolo, la Municipalità fece il voto di donare alla chiesa del Santo, nel giorno della sua festa, 100 libbre di cera bianca lavorata. Il predetto voto venne fatto e legalizzato con istrumento datato 22 marzo 1664, cioè 140 anni dopo l’avvenuto miracolo. Possiamo quindi dedurre che i sanseveresi per 140 anni non sentissero l’obbligo di ringraziare il Santo artefice della loro salvezza né con offerte di cera né riconoscendolo come loro celeste patrono. E non è finita! Le cento libbre di cera lavorata il clero di S. Severino se le dovette sudare ogni anno, perché la Municipalità si mostrò sempre restia a mollarle, così che i preti di detta chiesa dovettero più e più volte fabbricare processi, divenuti celebri per il clamore suscitato, contro le autorità cittadine. Tutto questo sta a riprova del fatto che sia i cittadini che i governanti di San Severo non solo ebbero poca fede nel miracolo severiniano, ma anche una marcata indifferenza verso questo Santo, il cui culto ci è stato probabilmente imposto dai benedettini della badia di S. Pietro di Torremaggiore (che lo propagavano per avere essi l’onore di custodire nella chiesa del loro grande monastero in Napoli il corpo di detto celebre Abate), i quali, nel XII secolo, erano i feudatari di San Severo. Come tutte le cose imposte, sempre indigeste, anche la figura ed il culto di S. Severino, associati a quei monaci feudatari, finirono per essere scacciati dalla memoria dei sanseveresi, sempre gelosi della loro autonomia, anche in campo devozionale. La figura del Santo che sorvola le mura della Città ha continuato a campeggiare sul gonfalone di San Severo in quanto immagine rasserenante, che suggerisce ai cittadini che la loro protezione è assicurata da un’entità celeste che li custodisce e li difenderà sempre da ogni pericolo.

Ma l’interessato amore di D’Angelo per san Severino si spinge oltre ogni immaginazione, al di là del consentito, giungendo a sfidare apertamente le autorità ecclesiastiche.

Il 29 aprile del 2001, la “Congregatio de Culto Divino et Disciplina Sacramentorum” approva il Calendario Proprio della Diocesi di San Severo (Protocollo N. 541/98L), in cui è contemplato che San Severo è Patrono principale della Diocesi di San Severo (e poiché la città di San Severo fa parte della diocesi di San Severo, sarebbe strano, illogico che non fosse patrono principale proprio della città di cui è l’eponimo!), la cui festa è da celebrarsi con solennità; che la Madonna del Soccorso è Patrona principale di San Severo e patrona secondaria della Diocesi di San Severo, la cui festa è da celebrarsi con solennità; che S. Severino è solo patrono secondario di San Severo, la cui festa è da racchiudersi liturgicamente nella sola memoria del Santo.

Che fa allora l’impareggiabile D’ANGELO? Non solo proclama ‘ex Cathedra’ san Severino Patrono principale della città di San Severo, ma anche patrono della Diocesi di San Severo: cosa mai udita e mai pensata da Vescovi e Papi legati alla nostra secolare microstoria!

In questi ultimi giorni, non contento di essersi autodesignato Pontefice laico di Santa Romana Chiesa, si è dato a suggerire la ribellione ai buoni e semplici devoti di San Severo, che, non potendo vantare il possesso di una dottrina pari alla sua (beati monoculi in terra caecorum) restano attoniti e ammutoliti nel leggere, tramite facebook, queste sue asseverazioni: ”…Apprezzando gli sforzi del Gruppo San Severo Vescovo, che cerca con gran dispendio di energie di tenere in piedi quanto inventato negli anni Novanta per celebrare l’ormai dimenticato santo napoletano, figura che nei secoli di culto locale ha inciso indubbiamente poco nell’immaginario devoto dei sanseveresi, invitiamo gli amici severiani, da fratelli in CRISTO, a tenere presente la storia, il sentimento devoto del popolo e a non usare il discutibile odierno calendario liturgico locale…”

Che il buon mons. MICHELE FARULLI abbia deciso di affidare la custodia della chiesa di S. Severino ad un personaggio che scrive ed agisce nel modo suddetto passi pure! Ma tollerare, senza mai reagire, che lo stesso possa scrivere ed agire prevaricando, sfidando persino una Congregazione pontificia e suggerendo la ribellione ai fedeli solo per il proprio compiacimento, questo è insostenibilmente lesivo per la dignità e l’autorevolezza di tutto il clero diocesano e, pertanto, decisamente da contrastare.

ROBERTO M. PASQUANDREA


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