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PROCESSO MEDIATICO: Tutti giudici, tutti vittime, cosa sta accadendo?

Di Dante Scarlato

Il nostro territorio, la nostra Città, sono, ahinoi, abituati ad eventi criminosi di varia natura ed intensità e che ne hanno inevitabilmente intaccato l’immagine, noi tutti siamo ormai narcotizzati di fronte a notizie che non fanno più notizia, soprattutto dapprima della pandemia eravamo (e siamo) noti alle cronache nazionali per gli episodi di microcriminalità, di cattiva imprenditoria, per non parlare dei disagi e delle diatribe che hanno più volte visto la cittadinanza e i media nazionali irritarsi per le problematiche relative all’organizzazione della Festa del Soccorso.

La questione ha ovviamente subito una accelerazione nell’ultimo anno, durante il quale ogni sentimento collettivo è stato portato all’estremo delle sue forze: ormai la critica sulle vicende di chiunque, politico e non, è appiattita sulla cronaca giudiziaria, lo stiamo sperimentando in questi ultimi giorni con la vicenda che sta interessando un presbitero della nostra Diocesi, lo abbiamo visto a più riprese anche con riguardo a politici ed amministratori di altri comuni della provincia.

In altri tempi si sarebbe tenuto un atteggiamento garantista, rispettoso del lavoro dei magistrati, imparziale, visto il ruolo di responsabilità che le persone interessate rivestono. Invece no. Si è garantisti solo con chi incute un certo timore per via dei suoi trascorsi e della sua fama criminale, con gli indagati di “serie B” invece è lecito tutto.

La critica che intendo qui fare, non interessa il merito della questione (non è compito nostro) bensì il metodo adottato: in questi ultimi tempi si è superato un limite etico da parte degli operatori della comunicazione e davanti a cui difficilmente si riuscirà a retrocedere, si è spostato l’asse del dibattimento dalle aule del Tribunale alle redazioni giornalistiche. Tra le righe delle testate locali, aizzate da più parti, la notizia di iscrizione al registro degli indagati del malcapitato di turno è già una condanna, senza appello e senza contraddittorio, la cui pena è già eseguita e a cui non c’è rimedio.

La mancata formazione degli organi di stampa porta a questo, l’opinione pubblica non può aspettare i tempi della giustizia per avere delle risposte, e queste modalità di celebrazione dei processi fanno gola a tutti: agli inquirenti che vogliono influenzare dapprima l’organo giudicante, agli avvocati in cerca di notorietà, alle opposizioni politiche e di altro tipo in cerca di ascesa. A nulla sono serviti i pressanti e reiterati inviti da parte del Garante Privacy e dell’AgCom rivolti agli operatori della comunicazione: il lavoro che si fa sulle fonti delle notizie è sempre sommario e mirato al soddisfacimento dell’opinione pubblica, ed a parlare è sempre una sola voce, quella dell’accusa, in un “gioco a specchi” in cui siamo tutti giudici ed arbitri, e tutti potenziali vittime.

 

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