Quando manca l’osso: servono davvero gli innesti o esistono alternative?
Rubrica odontoiatrica a cura del Dr Annolfi Michele
Una delle frasi che molti pazienti si sentono dire, soprattutto dopo aver perso i denti da tempo, è:
“Non c’è abbastanza osso, bisogna fare un innesto.”
Per anni questa è stata, di fatto, l’unica strada possibile.
Il riassorbimento osseo, soprattutto nell’arcata superiore, può essere molto importante e rendere difficile l’inserimento di impianti tradizionali.
Gli innesti ossei nascono proprio con questo obiettivo: ricostruire il volume mancante per permettere l’inserimento degli impianti.
Si tratta di procedure efficaci, supportate da ampia letteratura scientifica, ma anche più invasive, con tempi lunghi e risultati non sempre predicibili al 100%.
Negli ultimi anni, però, l’approccio è cambiato.
La domanda oggi non è più solo: “Come posso aggiungere osso?”
Ma sempre più spesso: “Posso evitare di aggiungerlo e sfruttare quello che ho?”
Ed è proprio da qui che nasce l’evoluzione dell’implantologia avanzata.
Grazie a tecniche moderne, oggi è possibile in molti casi evitare grandi innesti ossei, utilizzando strategie alternative che sfruttano le aree ossee più stabili del cranio.
Tra queste:
– impianti inclinati, che permettono di aggirare zone di scarso volume
– utilizzo di aree ossee più dense, come la zona anteriore del mascellare
– nei casi più complessi, impianti zigomatici, che si ancorano allo zigomo, un osso solido e non soggetto a riassorbimento
Queste tecniche consentono di ridurre drasticamente i tempi di trattamento e, in molti casi, di applicare una protesi fissa in tempi molto brevi.
Dal punto di vista scientifico, numerosi studi hanno dimostrato come queste soluzioni possano avere risultati altamente predicibili, soprattutto quando eseguite con una corretta pianificazione e da operatori esperti.
Questo non significa che gli innesti ossei non abbiano più un ruolo.
Al contrario: in alcuni casi specifici rimangono una scelta valida e necessaria.
Ma è importante che il paziente sappia che oggi esistono alternative, e che la scelta non è più unica.
Ogni approccio ha vantaggi e limiti:
– gli innesti permettono di ricostruire l’anatomia originaria, ma richiedono tempi più lunghi
– le tecniche alternative riducono i tempi e l’invasività, ma richiedono maggiore esperienza e pianificazione
La vera differenza sta nella capacità di scegliere la strategia più adatta al singolo caso, valutando non solo l’osso, ma anche la funzione, la biomeccanica e le esigenze del paziente.
Nelle riabilitazioni più complesse, questa fase decisionale è spesso la più importante.
È qui che si costruisce il successo del trattamento.
L’obiettivo non è “fare un impianto”, ma progettare una riabilitazione che sia stabile, funzionale e duratura nel tempo.
E oggi, grazie all’evoluzione della chirurgia implantare, questo è possibile anche in situazioni che fino a pochi anni fa venivano considerate non trattabili.
Nel prossimo articolo parleremo di un altro tema fondamentale: quanto dura davvero un impianto dentale e da cosa dipende nel tempo.



