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RICORDI SANSEVERESI – ALLOVINN’A CUCÀ

di ENZO VERRENGIA

La sera del 1º novembre, si lasciava la tavola apparecchiata, con una pagnotta, delle posate, una bottiglia di vino e il formaggio. Poi, si appendevano dietro le finestre LE CALZE di dolci per i bambini. Lo facevano le nonne, le mamme, le sorelle maggiori, le zie. La notte sarebbero passate le anime dei morti: i nonni, i prozii, qualche parente che se n’era andato prima del tempo. Avrebbero mangiato i resti della cena e per ricambiare avrebbero riempito le calze di caramelle e cioccolatini. Erano presenze benigne e discrete. Non zombie che a volte ritornano, come nei film e nelle serie TV horror americane.

Quella dei morti non è una FESTA, anche se così viene definita nell’espressione ricorrente. Si tratta di una COMMEMORAZIONE, ovvero di un ricordo collettivo, cui tutti dedicano una giornata, cui si aggiunge la coda di un mese intero per le visite ai cimiteri.

È la memoria che si fonde con la religione e l’identità di popolo. Elementi indispensabili per reggere l’assedio di una globalizzazione che adesso rischia di portare il mondo allo scontro di civiltà, per imporre modelli di sviluppo già messi fortemente in dubbio dalla natura, oltre che dalle opinioni diverse. Quello dei morti non è un culto, bensì un sentire che si rifà alle radici, alla continuità con il passato. L’evoluzione sbocciata sulle rive del Mediterraneo ha visto agricoltori, marinai o al massimo soldati, cioè persone che, quando ammazzavano, lo facevano per eseguire gli ordini, non per risse da saloon nel Far West.

Noi non c’entriamo niente, dunque, con HALLOWEEN. Non tanto con le sue origini celtiche, legate ai cicli della natura e ai riti propiziatori del raccolto, quanto con la versione importata dagli Stati Uniti negli ultimi decenni. Che è, a sua volta, una versione volgarizzata e consumista di consuetudini ben più idilliache del costume americano. Si pensi alle storie di RAY BRADBURY, che evoca nei crepuscoli dell’autunno le eterne paure infantili, rinfocolate dalla zucca ghignante a imitazione del volto di JACK O’LANTERN, l’uomo che gabbò il diavolo.

Ma il TECNOCAFONEdel terzo millennio vive, pensa e compra americano senza conoscere una parola d’inglese. E allora gli va bene anche Halloween. È un’altra occasione di veglioni, sbronze, notti tirate a vuoto, disturbando i morti veri che, dalle tombe il cui silenzio è disturbato da una festa frivola e indebita, sbraitano: «ALLOVINN’A CUCÀ!»

 

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