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I riti della Settimana Santa a San Severo

Da sempre e fino all’Ottocento, a San Severo, manifestazioni religiose attinenti alla Settimana Santa erano riservate soltanto al Giovedì Santo, quando le vie della città, di sera e per tutta la notte, erano percorse da varie processioni, quasi sempre organizzate dalle confraternite, che avevano come fine l’adorazione dell’Eucaristia, celata alla vista dai cosiddetti “Sepolcri”, speciali manufatti a forma di piccoli catafalchi, detti ‘urne’, sempre molto belli e preziosi, nel cui interno si deponevano le pissidi d’argento contenenti le particole consacrate. In ogni chiesa parrocchiale o rettorale, per esporre con solennità l’urna, veniva allestito, presso un altare laterale, un apparato che spesso risultava davvero splendido e scenografico, per fruire di broccati, di velluti e di decorazioni luccicanti di oro, senza risparmio impiegati per l’occasione dai gestori delle chiese, al fine di esaltare e glorificare il più grande dei Sacramenti istituiti da Gesù Cristo.
IMG_6246Anche i parrocchiani contribuivano a magnificare il tributo d’onore dovuto all’Eucaristia con deliziose composizioni, costituite da diafane erbe formatesi da semi di graminacee fatti germogliare al buio. Facevano da battistrada alle suddette processioni degli uomini che annunciavano l’arrivo dei loro confratelli con suoni di tromba o con il rumore fracassoso prodotto dallo scuotimento veloce ed energico di tavolette di legno dette ‘tarocile’, utilizzate anche per comunicare l’inizio dei riti religiosi nei giorni della Settimana Santa in cui era vietato l’uso delle campane.
A rendere molto suggestive quelle processioni notturne del Giovedì Santo, già di per sé seducenti per l’atmosfera creata dal buio, dalle fiaccole, dai ceri accesi e dalla condivisione empatica dei partecipanti alla Passione di Cristo, era la presenza dei simulacri dei santi titolari delle singole confraternite, che, portati a spalla stando essi assicurati alle loro alte ed artistiche basi (dette ‘pedanie’), svettavano solenni e rassicuranti sui fedeli oranti.
Si giunge così agli albori della seconda metà dell’Ottocento, con i prefati riti penitenziali affatto immutati ed ai quali partecipavano anche i sodali della Venerabile Pia Laicale Arciconfraternita del Ss.mo Rosario con il loro simulacro ligneo raffigurante Gesù flagellato legato alla colonna, localmente venerato con il titolo di “Ecce Homo”. Contemporaneamente, anche la confraternita della Orazione e Morte di Nostro Signore Gesù Cristo (OMNSGC), detta anche, per brevità, “della Morte”, percorreva le vie della città per raggiungere le chiese che esponevano i “Sepolcri” trasportando processionalmente la loro statua della Vergine Addolorata. Per un caso fortuito, le anzidette due confraternite s’incontrarono, così che anche le loro due sacre effigi si ritrovarono “faccia a faccia”, con gli occhi impietriti dal dolore del Cristo flagellato diretti verso quelli lacrimanti della desolata sua Madre. Grande fu l’impressione suscitata da quell’avvenimento in tutti gli astanti ed in tanti si commossero fino alle lacrime; da subito e all’unanimità si decise che quell’incontro fosse ripetuto annualmente durante un’apposita processione da farsi in un’ora antelucana di ogni Venerdì Santo.
161C0C0C-7F5F-42EA-911A-958DC42FD3BC-4247-000003809411BA77E così fu. La mattina di ogni Venerdì Santo, intorno alle ore cinque, l’effige del Cristo alla Colonna, alias Ecce Homo, esce in processione dalla sua chiesa della Ss.ma Trinità (o dei Celestini), nella quale opera l’Arciconfraternita del Rosario, per dirigersi verso la chiesa della Madonna della Libera e di S. Sebastiano, dove anticamente questa statua era venerata, stando un tempo eretta in quel tempio il predetto Pio Sodalizio del Rosario. Alla medesima ora, partendo dalla chiesa rettorale della Pietà, prende l’aìre la processione dell’Addolorata, che andrà a percorrere le stesse vie attraversate dall’Ecce Homo. Le due processioni sono composte dai sodali delle precitate confraternite, più alcuni penitenti, simboleggianti il Cireneo dei Vangeli, che portano, scalzi, una pesante croce proveniente dal santuario della Madonna del Soccorso, in ricordo della confraternita della Santa Croce che secoli addietro operava in detta chiesa, dapprima posta sotto il titolo di San Pietro, successivamente, al giungere dei PP. Agostiniani, sotto quello di Sant’Agostino. Sia i confratelli del Rosario che i cosiddetti “cirenei”, indossano camice e cappuccio bianco; mentre, quelli della Morte”, vestono camice e cappuccio nero. Entrambe le confraternite, così come i “cirenei” , sono preceduti nella processione dai rispettivi “Calvari”, che sono croci di legno pregiato realizzate da provetti ebanisti, sulle quali sono apposti tutti i simboli della Passione di Cristo, anche quest’ultimi frutto di maestri d’intaglio.
Giunte le due processioni, quella della Morte e l’altra del Rosario, a piazza Castello, e stando le effigi dell’Addolorata e dell’Ecce Homo distanti l’una dall’altra 30-40 metri, i porta statue d’entrambi i simulacri danno il via ad una pericolosissima corsa, per simulare l’accorrere del Figlio verso sua Madre per poterla abbracciare un’ultima volta, e quello della Madre, quasi tramortita da un dolore lacerante, verso il Figlio martoriato cui dare conforto. Ma, quando i due simulacri sono sul punto d’incontrarsi, ecco ergersi la grande Croce di legno dei cirenei per porre termine all’affannosa corsa, stando così a significare che la Passione di Cristo doveva necessariamente compiersi, al di là della ingiusta comminazione della condanna inflitta al Signore Gesù e della sua esecuzione compiuta con disumana crudeltà, al di là dell’immenso dolore provato da una Madre che vede le carni del suo Figliolo ridotte a brandelli: perché così era scritto, perché solo così poté riscattarsi il peccato che l’umana progenie consumò non appena prese origine dalle mani creatrici di Dio.
A seguire questa sacra rappresentazione, localmente detta “funzione”, come funzioni vengono definiti tutti i riti della Settimana Santa, è da sempre una folla sterminata, che segue trepidante la rischiosa corsa dei porta statue, per poi sciogliersi, chi in muta preghiera, chi in lacrime, quando tutto si ferma al levarsi della croce e sulla piazza cala un silenzio cupo. Da un palco appositamente eretto, un coro, accompagnato dalla banda, intona un canto funebre molto toccante, al termine del quale, da un balcone che prospetta la piazza, il vescovo pronuncia la sua attesa omelia. Dopo aver percorso le strade principali della città, la “funzione” termina col il ritorno dei venerati simulacri nelle rispettive chiese.
IMG_6245Più recente di quasi sessant’anni è, invece, il rito della processione del Gesù Morto, che si svolge nel pomeriggio di ogni Venerdì Santo. Nei primi decenni del Novecento, sì sentì il bisogno spirituale di rappresentare la Morte di Gesù con una processione che avesse lo stesso impatto emozionale di quella mattutina. Fu la confraternita del Ss.mo Sacramento, fondata nella chiesa rettorale di Santa Lucia, a prendere a cuore tale pio desiderio e, per concretizzarlo, mise a disposizione il suo simulacro della Madonna Addolorata, ch’era presente in quella chiesa in quanto da secoli in essa stava fondata una confraternita che aveva per sua titolare la Santissima Vergine posta sotto l’invocazione dell’Addolorata. Per procurarsi una statua di Cristo Morto, si decise di staccare da una grande croce il simulacro ligneo di Cristo Crocifisso, scolpito a grandezza naturale, facendone adeguare le fattezze alla sua nuova utilizzazione ad un confratello appartenente agli Sparavilla, nota famiglia di artisti. Venne anche preparata una sontuosa urna di cristallo e legno dorato. La processione inizia verso le ore diciassette e sfila per le solite vie principali del Centro Storico. L’urna con il Cristo Morto, il simulacro dell’Addolorata ed i “calvari” sono portati dagli adepti delle accorsate confraternite del Ss.mo Sacramento e del Ss.mo Rosario; segue il sacro rito una moltitudine di fedeli oranti. Al rientro della processione, le sacre effigi vengono tolte dalle loro “pedanie”: quella del Cristo Morto viene deposta su di un letto preparato davanti all’altare maggiore, dietro al quale è posizionato il simulacro dell’Addolorata. Fa da sfondo a questa commovente composizione una grande tela, sulla quale sono raffigurati tre monti: davanti ad ognuno di essi stanno erette tre croci, di cui quella centrale, molto spessa e pesante, è la stessa su cui pendeva il Cristo della funzione in fabula. Inizia così il rito denominato “Il pianto di Maria”, fatto di canti, di preghiere e di altri atti devozionali. Contemporaneamente, anche in altre parti della città si svolgono analoghe cerimonie: nella chiesa della Pietà, in presenza della sola statua dell’Addolorata, e nella chiesa di Sant’Antonio Abate, dove l’Arciconfraternita intitolata al celebre santo Anacoreta, allestisce un apparato scenografico che ricalca quello realizzato in S. Lucia, all’uopo impiegando le proprie statue di Cristo Morto e dell’Addolorata.

Roberto Matteo Pasquandrea
Direttore dell’Ufficio per i Beni Culturali Ecclesiastici

Consultate le pubblicazioni attinenti al medesimo tema fatte da Antonio Masselli e Antonio Irmici.

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