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Sull’omicidio di San Severo

È ormai notizia nota e diffusa quella dell’omicidio, uno di una lunga serie purtroppo, consumatosi a San Severo, città del foggiano troppo tristemente nota alla cronaca soltanto per questi fish mediatici che la caratterizzano quale città violenta e in violenta escalation di delinquenza. Ma forse dovremmo dire di degrado. E di disinteresse. O apatia. Perché forse è questo il punto: una città in cui così facilmente vengono consumati delitti e omicidi non può che essere una città apatica, stanca, forse arresa, specchio di un Paese che ormai persegue ciò che è immediato, il più veloce e non il più incisivo. Mi spiego meglio. Davanti ad un omicidio, ad un reato, da lunghi anni ormai si cerca in modo ossessivo il colpevole per punirlo e, spesso, si cerca la punizione esemplare, il deterrente pauroso per intimare di non farlo più. È la soluzione più breve, quella più facile: assicurare (come è opportuno che sia) alla giustizia punitiva il colpevole. Ma chi commette un dolo non vive forse in un contesto? Non proviene forse da una famiglia? Non frequenta forse un gruppo di amici, di coetanei, forse anche un branco? La misura repressiva è la più veloce, certamente, ma con la stessa certezza non è la più efficace. E i fatti lo dimostrano. Perché non riferirsi, allora, ad un sistema che passi all’analisi del contesto? Alla comprensione preventiva, alla cura? Intesa come il capire e tenere a cuore le situazioni: sociali, etiche, educative. Perché se è vero che si deve intercettare chi compie un danno, allo stesso modo si deve capire il perché per evitarne altri di danni simili o maggiori. Nel tempo della velocità estrema che porta la gente a ritrovarsi in situazioni che nemmeno conosce, cui nemmeno tendeva, serve consapevolezza, non velocità. Dalla repressione alla collaborazione. E magari anche all’educazione sociale. Perché è vero che a sbagliare sono i singoli, ma il contesto ha anche grande responsabilità.
Amedeo di Tella

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