CulturaPrima pagina

U CÒCCË IN’ ÀRJË…FUTURI FUOCHISTI!

Erano lunghi i pomeriggi dell’estate del 1961 e i ragazzi del quartiere di via Roma avevano escogitato un passatempo che li teneva uniti per tutto il giorno. Si trattava di realizzare un gioco alquanto pericoloso: u còccë in’ àrjë (il barattolo in aria). Consisteva nel far saltare in aria un barattolo vuoto di latta (quello dei pomodori pelati) dopo averlo collocato, capovoltto, in una piccola buca e dopo aver praticato un foro sul fondo. Nella buca era necessario inserire dell’acqua e del carburo, una sostanza chimica che si acquistava presso un negozio di ferramenta e che serviva per le lampade a petrolio. Si creava così, nel barattolo, una specie di camera a scoppio per l’addensarsi del gas prodotto dalla reazione chimica del carburo. Il più coraggioso avvicinava cautamente una bacchetta dalla punta infuocata al foro del barattolo e immediatamente si udiva uno scoppio e il barattolo saltava in aria ad una altezza di circa cinquanta-cento metri. Tra i ragazzi si gareggiava a chi lo spediva più in alto. CIRO (il più adulto di tutti noi pre-adolescenti e nostro capo riconosciuto e stimato in tutto il quartiere) raccomandava di non farlo quel gioco, era pericoloso e in alcuni casi avrebbe potuto procurare delle ferite a chi accendeva la miccia. Ma alcuni ragazzi avevano già l’istinto del fuochista e la vocazione a diventare i futuri…“fujenti”. Negli interminabili pomeriggi estivi i ragazzi del quartiere si riunivano sulle scale di un palazzo settecentesco abbandonato da anni da vecchi proprietari terrieri che si erano ritirati in quel di Napoli. Tra quei ragazzi, nati e cresciuti nel centro storico di San Severo, ve ne erano due provenienti dal Veneto. Tutti erano convinti che fossero degli slavi, invece erano italiani e la loro famiglia aveva dovuto lasciare la città di Pola per una legge che aveva stabilito che quella città non era più terra italiana poiché l’Italia usciva sconfitta dalla seconda guerra mondiale secondo i trattati di Parigi del 1947. Erano dei profughi di guerra e dovevano essere rispettati – così disse CIRO. Nelle calde giornate agostane del 1958 non si badava da dove venivi, si badava ad organizzare interminabili partite di calcio usando come porte gli ingressi di alcune abitazioni munite di portoni in legno massello, molto più larghi degli ingressi delle abitazioni a pianterreno, che ben si prestavano a ricevere pallonate. Il campo di gioco doveva necessariamente essere una strada abbastanza larga da consentire il movimento delle squadre che si sfidavano a una sola porta. In quegli anni il traffico era limitato a pochi mezzi che transitavano occasionalmente. CIRO, svolgeva le mansioni di arbitro con un fischietto da ferroviere. Un fischietto nuovo di zecca che gli era stato regalato da un vecchio capo-stazione che abitava vicino casa sua. Quelle estati degli anni ’60 si trascorrevano così nel cuore del centro storico tra via Roma e via Soccorso, a pochi passi dalla Chiesa di Sant’Agostino, di Sant’Antonio Abate e della Cattedrale. Un triangolo di campanili, di santi, di madonne, di incensi e di chierichetti. Da una casa che aveva una radio sempre col volume alto si udiva NICO FIDENCO che cantava ‘Legata a un granello di sabbia’.

Altri articoli

Pulsante per tornare all'inizio