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Puntualizziamo: “Finché morte non vi separi” – Lo Stato Vedovile

Quello che vi sto per esporre lo si può rilevare dai “necrologi murali” /manifesti di lutto, oggigiorno non più murali ma affissi in apposite tabelle e che annunciano la dipartita di una persona. Ma lo stesso è riscontrabile, perennemente, anche sulle lapidi dei loculi nel nostro Cimitero Comunale.

Nei confronti della donna si ricorre a riportare, sia sulle lapidi che sui precitati manifesti, il suo “stato coniugale”, ad essere tecnicamente precisi lo “Stato Civile”,ovvero il cognome del coniuge e con il quale ha contratto matrimonio. Con molta faciloneria questo viene riportato in maniera alquanto errata. “La formula” dovrebbe seguire una regola ben precisa. Non credo sia più tanto in voga oggi, ed al di là di ogni diritto di famiglia, ma un tempo la donna nel contrarre matrimonio assumeva il cognome del marito. Con la dipartita di quest’ultimo, in sostanza, lo perde, assumendo appunto “lo stato vedovile”: Tal dei tali Vedova Tizio.

Sulle Carte di Identità cartacee, vi era appunto la voce: stato civile a designare se la persona era: celibe, nubile, coniugato, coniugata, vedovo, vedova…etc

Ho notato invece che molte lapidi delle donne/mogli superstiti, e facendo riferimento alle date di morte, riportano erroneamente il cognome del coniuge (già defunto da tempo) seguito dal nome della stessa ed a seguire, ancora, “nata… tal dei tali”.

Solo nel caso in cui la donna, la moglie, diparta prima del coniuge ancora vivente è corretto riportare il cognome del marito e che lo assuma. Ma nel caso in cui il marito diparta prima della moglie, ribadisco, quest’ultima ha da assumere“lo stato vedovile”.

Facciamo un esempio pratico, usando nomi e cognomi di due coniugi immaginari:

Rossi Antonio coniugato Bianchi Anna

Nel caso in cui diparta prima la moglie, è corretto scrivere e riportare: Rossi Anna nata Bianchi

Nel caso in cui diparta prima il marito, la formula corretta da scrivere è invece: Bianchi Anna vedova Rossi (se proprio si deve citare e fare riferimento al cognome del marito).

“Finché morte non vi separi” è la locuzione imposta nel contrarre matrimonio al fatidico “Si, lo voglio”.

E, non a caso, anche la fede cristiana che, in stragrande maggioranza, professiamo permette di contrarre matrimonio al coniuge superstite dopo la dipartita dell’altro.

Mi chiedo: nel caso in cui la donna/superstite, vedova, nel rifarsi una vita, si trovasse a contrarre un nuovo matrimonio, come risolverebbe la scritta che rilevo e lamento sulla lapide??? Nel caso in cui alla prefata Bianchi Anna, dipartendo prima il coniuge, riporti la formula: Rossi Anna nata Bianchi, con il successivo matrimonio aggiungerà il cognome del nuovo coniuge???? Ovvero andrà a depennare quello del primo Matrimonio???

Ciò che ho rilevato, lo si potrebbe obiettare quale segno di stima e riconoscenza da parte della donna verso l’amato coniuge defunto ad onorarsi appunto del suo cognome. Lo accettiamo….

Nella celebre scenetta del grande Totò, nei panni del maestro Scannagatti, con l’onorevole Trombetta nello scompartimento del treno, la sorella dell’onorevole che ha sposato un Bocca… fa Trombetta in Bocca. “Ma, dove vuole che se la metta la trombetta??? Abbia pazienza!!!” – rispose Totò.

Quello che vi ho descritto sopra mi è stato “tramandato” da personalità ed emeriti dipendenti del Comune di San Severo, concordi ed affiatatissimi, legati tra loro da affetto e stima più che da un rapporto di lavoro,  e che qui ricordo con autorevolezza e prestigio: Mario Cavalli – ex Ufficio Anagrafe e spedalità, Carmelo Amoroso, meglio noto affettuosamente col diminutivo di Melino – Ufficio Anagrafe, Raffaele Baldassarre, affettuosamente noto come Ninnillo, Matteo Damone, questi ultimi facenti parte dell’Ufficio stato civile e matrimonio, oramai tutti nella pace del Signore, e Gino Toma, ufficiale di Stato Civile, tutt’ora in godimento di pensione…, tutti colleghi stimati di altro dipendente, facente parte dello stesso Ufficio Matrimoni e di cui ne rappresento indegnamente l’erede, portandone il cognome: Zarino, mio padre.

Francesco Romano

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